venerdì 20 marzo 2020

VERIFICA DI FINE CAPITOLO: ANTROPOLOGIA

p.151
parte 1 
1. Le società a oralità primaria sono quelle che ancora oggi utilizzano la forma orale come forma prevalente di comunicazione.
2. Gli stili cognitivi si dividono in maniera netta e radicale tra stile cognitivo globale e stile cognitivo articolato. 
3. Che in determinate culture le parole hanno un potere speciale come se "il dire fosse quasi un fare".
4. Nel senso che essa è il mezzo principale di diffusione della cultura, specie nei paesi a bassa scolarizzazione.
5. Il tempo puntiforme è quello in cui i riferimenti temporali sono associati a eventi naturali o sociali. 

parte 2
PENSIERO ASTRATTO: determinato dalla scrittura che incrementa la capacità di analisi e amplia la memoria 
STRATEGIE FUNZIONALI:  strategie fissate a livello di singole funzioni aziendali.
TECNICHE MNEMONICHE:   imparare qualcosa oralmente. 

PSICOLOGIA

CHE COS'È' LA PSICOLOGIA SOCIALE
DEFINIZIONE E STORIA 
La psicologia sociale è l’indagine sul comportamenti degli individui nelle loro interazioni con gli altri e l’influenza dei gruppi sociali, delle istituzioni e delle culture sulla singola persona. Gli argomenti principali che tratta sono: 
-la percezione degli altri;
-la definizione di sè;
-i gruppi;
-le istituzioni;
-gli atteggiamenti;
-le dinamiche di gruppo; 
-il lavoro;
-i consumi. 
Tra i più importanti studi si ricordano quelli fatti da Wilhelm Wundt, Gustave Le Bon e Gabriel Tarde che si occuparono di psicologia delle folle. I primi manuali di psicologia sociale furono pubblicati negli Stati Uniti da William Mc Dougall e Edward Ross; inizialmente impostati in modo filosofico, solo in seguito furono fondati sulle teorie del comportamento. Molto importante fu il contributo di Kurt Lewin, membro della Gestalt, il quale applicò allo studio delle dinamiche dei gruppi la sua teoria del campo.

LA PSICOLOGIA DELLE FOLLE


Il primo interrogativo che ci si pone è il perché gli individui nella folla hanno spesso comportamenti irrazionali e istintivi, di conseguenza i primi studi di psicologia collettiva sono quelli sulla psicologia delle folle.
Nel 1895 Gustave Le Bon pubblica “Psicologia delle folle”, un’opera che studia il comportamento delle folle individuando le loro caratteristiche, il modo per guidarle e controllarle. Egli ritiene che l’individuo nel momento in cui fa parte di una folla, mette in atto comportamenti istintivi e irrazionali. La folla è quindi influenzabile e acritica e  vi è un contagio mentale secondo il quale l’interesse collettivo sostituisce quello personale. Le Bon ritiene che ci sia la necessità di un capo che orienti le tendenze istintive all'interno delle folle. 
In seguito, nel 1921 Sigmund Freud nella “Psicologia delle masse e analisi dell’io” sostiene che per capire il comportamento di una folla sia necessario comprendere il comportamento del singolo. Egli sostiene che la personalità del singolo si annulla lasciando spazio alla personalità della massa. L’uomo acquista un senso di potenza in quanto all'interno della massa tutto è possibile. Freud afferma inoltre che nella massa agiscono pulsioni libidiche, le quali sono trasferite verso la folle e verso il capo creando dei legami tra essi. Diventa importante quindi il concetto di identificazione, secondo il quale gli individui si identificano con gli altri individui rinunciando alla propria autonomia e identificando nel capo tutte le qualità ideali. 

È indispensabile fare una distinzione tra massa e folla. La massa è una vasta collettività nella quale vi possono essere mentalità e comportamenti omogenei, poiché gli individui ad essa appartenenti sono influenzati dalla cultura e dalla società attraverso istituzioni, mezzi di comunicazione.. Questi fenomeni sono studiati dalla psicologia della massa. 
La folla invece è un insieme ampio di persone presenti fisicamente in uno stesso luogo, accomunati dalle emozioni e le finalità.

IL SE' E L'AMBIENTE 
Il concetto di sé si sviluppa nel tempo maturando idee, ricordi, convinzioni su se stesso, tramite un processo  di osservazione e autoriflessione in cui è fondamentale il confronto con gli altri. 
Herbert Blumer introdusse l’interazionismo  simbolico ossia la teoria che considera i processi di pensieri fondamentali per l’organizzazione e la strutturazione delle azioni e dei comportamenti dell’individuo. George Herbert Mead riteneva che l’individuo fosse un prodotto sociale che ha delle interazioni attraverso simboli come per esempio il linguaggio, considerato l’elemento essenziale per la formazione e lo sviluppo del sé. Oltre alle interazioni con gli altri, sono note le autointerazioni che aiutano a valutare la circostanza in cui ci si trova, a strutturare le proprie azioni, a decidere i propri comportamenti. Egli definisce il sé come un processo sociale di autointerazione in cui l’uomo organizza le proprie azioni a seconda di come interpreta le situazioni in cui si trova. Il sé si costruisce quindi nel tempo e le interazioni con l’ambiente gli danno forma. Esso è in continua evoluzione e varia a seconda delle interazioni con l’ambiente:
-primo stadio: pre rappresentazione in cui il bambino imita il comportamento dell’adulto e non è ancora i grado di assumere il ruolo dell’altro;
-secondo stadio:  rappresentazione in cui il bambino assume il ruolo dell’altro e vede se stesso come gli altri lo vedono. Questo stadio si divide in due fasi: il gioco semplice in cui il bambino interpreta uno o due ruoli e uno solo per volta e il gioco organizzato in cui il bambino assume il ruolo all'interno di un gruppo. Il sé maturo emerge quando viene interiorizzato il concetto di altro generalizzato e l’individuo ha un comportamento appropriato alla comunità. 

LO SVILUPPO DI SE' NELLA TEORIA SULLIVAN

Lo psicoanalista americano Sullivan, definisce il se come l'immagine che ognuno di noi ha di s stessi. Egli ritiene che è verso i 6 anni si sviluppa un amore o un odio verso se stessi, che andrà ad influenzare l'intero stile di vita dell'individuo.
Il concetto di sè cambia nel tempo e sono gli altri  rimandano ciò che pensiamo di noi stessi.
Un altro modo per ottenere informazioni su noi stessi è quello del confronto sociale, ossia vedere come ci sentiamo noi in relazione agli altri. 

L'INTERAZIONE FRA INDIVIDUO E AMBIENTE NELLA TEORIA DEL CAMPO DI LEWIN 
Il fulcro della teoria di Kurt Lewin del campo è l'idea che la rappresentazione del mondo giochi un ruolo fondamentale nelle azioni degli esseri umani. 
Lewin elabora la teoria del campo che descrive la realtà psichica nei termini di un sistema dinamico comprensivo di persona e ambiente. Persona e ambiente sono visti come un solo campo in cui l’individuo è modificato dall’ambiente e viceversa. La sua tesi sostiene che il comportamento è funzione della persona e dell’ambiente. 

VERIFICA DI FINE CAPITOLO: PSICOLOGIA

p.176
parte 1
1.Secondo il sociologo R. Merton, un insieme di persone è definibile “gruppo sociale” se le persone interagiscono tra loro, sentono di appartenere al gruppo, sono identificabili dall’esterno e da ciascun singolo membro come parte di quel gruppo.
2.Il sistema di status all’interno di un gruppo si riferisce alla posizione che ciascun membro occupa nel gruppo e alla valutazione di quella posizione secondo una certa scala di valori.

parte 2
Leader: colui che occupa una posizione di primo piano all’interno del gruppo;
Inerzia sociale: quando si è in tanti a svolgere un compito e alcuni tendono a defilarsi da impegno e responsabilità;
Comportamento individuale: comportamento caratterizzato dal fatto che le persone entrano in relazione e si confrontano sulla base delle caratteristiche personali;
Comportamento intergruppo: comportamento caratterizzato dal fatto che le persone entrano in relazione in quanto appartenenti a determinate categorie sociali o gruppi.

parte 3
GRUPPO DI APPARTENENZA: l’individuo vi appartiene e vi si identifica; rispecchia perciò il suo STATUS OGGETTIVO.
GRUPPO DI RIFERIMENTO: l’individuo non vi appartiene, ma lo assume come modello; rispecchia lo STATUS SOGGETTIVO di un individuo.
GRUPPO ESTERNO: l’individuo non vi appartiene, e può ispirare senso di avversione.

DOMANDE PSICOLOGIA

p167
1.Le caratteristiche di un gruppo sono interazione, identità, appartenenza e condivisione.2.La famiglia nasce con finalità emotive e le relazioni tra i suoi membri si basano su spontanee norme di convivenza. Essa appartiene al gruppo primario, al gruppo di appartenenza e al gruppo naturale.3.I fattori che conferiscono dinamicità al sistema di status di un gruppo sono il subentrate di un nuovo membro e l’introduzione di nuovo scopi comuni.

p1691.Le norme servono a delimitare lo spazio di libertà individuale all’interno del gruppo.2.I processi comunicativi all’interno del gruppo sono la comunicazione a ruota e la comunicazione a rete.3.Il leader è colui che servita maggior influenza sui membri del gruppo e facilità il raggiungimento di un obiettivo comune. Il potere può essere di ricompensa, coercitivo, legittimo, di esempio, di competenza.4.I limiti di una leadership permissiva sono il malumore tra i componenti del gruppo, scarsa collaborazione è scarso rendimento nel perseguire gli obiettivi. I vantaggi sono l’espressività individuale e la creatività personale.

p1741.I fattori che garantiscono un elevato grado di coesione al gruppo sono minacce esterne e competizione con altri gruppi.2.La mentalità tende a distorcere i processi decisionale poiché fa in modo che vengano prese in considerazione poche alternative.3.Le dinamiche che si vengono a creare nel comportamento intergruppo sono il minimizzare le diversità tra i membri del proprio gruppo e a massimizzare la contrapposizione e le diversità con i componenti del gruppo esterno.4.Secondo Taifel il livello di autostima di un individuo è la conseguenza del valore attribuito al gruppo a cui si sente di appartenere.5.L’anonimato può facilitare l’interazione sociale ma può causare il fenomeno del cyberbullismo.

DOMANDE DI ANTROPOLOGIA

p.132
1.Il sistema cognitivo dei popoli primitivi differisce da quello dei popoli più evoluti perché nel pensiero primitivo gli aspetti speculativi, riflessivi e teoretici sono utilizzati solo per ordinare esperienze concrete, mentre in quello moderno sono utilizzati anche in contesti astratti.
2.Secondo Levi-Strauss gli aspetti del pensiero primitivo possono essere esercitati solo in relazione a contesti d’esperienza e non astratti o ipotetici come quelli degli scienziati.
3.La prima forma di scrittura fu la scrittura cuneiforme.
4.Per memorizzare i loro racconti, i cantastorie, li riempiono di formule fisse e di espressioni stereotipate e ripetitive.

p.139
1.Le potenzialità sono: astrazione, categorizzazione, induzione e deduzione.
2.Lo stile cognitivo articolato è quello che parte dalla considerazione dei singoli elementi, per poi arrivare alla totalità. Quello globale parte dalla totalità per poi giungere alla particolarità degli elementi.
3.Presso alcuni popoli, le parole sono fondamentali; soprattutto per i popoli legati all’oralità.

p.145
1.La televisione sulle popolazioni del mondo ha avuto un’influenza molto importante, perché è un fattore attivo nel processo di produzione e di cambiamento culturale.
2. L’etnoscienza comprende l’etnobotanica, l’etnozoologia, l’etnomedicina, l’etnogeologia, ecc…
3.Alla teoria di Berlin e Kay si può muovere obiezione a proposito del fatto che essi abbiano riesumato il vecchio criterio dell’evoluzionismo che vedeva nelle società più sviluppate le società in vetta alla storia dell’uomo, mentre quelle meno sviluppate erano solamente società semplici, primitive.
4.L’attribuzione dei nomi ai colori nelle diverse popolazioni è influenzata dall’esperienza che essi hanno con quei colori. 

p.150
1.Dalla definizione kantiana di tempo e spazio si possono trarre tali conseguenze:
-non possiamo pensare a nulla che sia fuori da un tempo e dallo spazio;
-tempo e spazio sono due dimensioni costitutive di qualunque modo di pensare;
-tutti gli esseri umani hanno ben chiaro che esistono un prima, un adesso e un dopo.
2. Secondo Nilsson, il tempo nelle diverse culture viene concepito in modo differente. Nelle società primitive esso è puntiforme e i riferimenti temporali corrispondono a eventi naturali; infatti l’idea che esso sia un’entità uniforme, misurabile e frazionabile non è universale.
3.Un luogo diventa un “deposito di memoria” nel momento in cui si riveste lo spazio di valenze qualitative che lo rendono diversamente significante agli esseri umani (dove avvenne un fatto importante, guerre, trattati di pace, ecc..)

giovedì 19 marzo 2020

PEDAGOGIA

RIFORMA PROTESTANTE E ALFABETIZZAZIONE

ALCUNE PREMESSE TEOLOGICHE 
La teologia luterana si affidava ad una concezione pessimista dell'uomo, sostenendo che il peccato originale avesse corrotto l'essere umano, salvato dal sacrificio di cristo. 
I protestanti sottolinearono infatti la responsabilità dei singoli nel percorso della salvezza, che poteva crescere se l'individuo conosceva la parola di dio e praticava una vita virtuosa. Via via quasi tutti i paesi riformati tradussero la bibbia e le preghiere compiendo un'importante operazione di unificazione linguistica. 
L'alfabetismo e la prevalenza della lettura sulla scrittura, furono stimolate dalla necessità che ogni persona leggesse direttamente i testi sacri e questo fenomeno prende il nome di semialfabetismo. Un'importanza particolare rivestivano le scuole familiari, in cui i genitori insegnavano a leggere ai figli. I riformati e soprattutto i calvinisti impartivano un'educazione rigida ai bambini, i quali erano considerati come creature volte al peccato. La severità e la durezza improntavano l'educazione a diventare dei buoni cristiani. 

COMENIO E L'EDUCAZIONE UNIVERSALE
Comenio è considerato maggiore esponente della pedagogia di fede protestante e fondatore della pedagogia e della didattica moderne. Egli fu pastore della comunità hussita, che si inserì poi all'interno del movimento di riforma protestante. In Polonia approfondì il suo interesse per la pedagogia e iniziò ad elaborare l'idea di una scuola universale, che non ebbe però realizzazione. Egli vedeva nell'uomo un essere impegnato a raggiungere con le azioni il bene nel mondo, e per contrastare il male e il disordine propose un progetto pedagogico teso a restaurare la moralità mediante la diffusione del sapere e delle virtù. Il suo ottimismo pedagogico si notava anche nella sua concezione del bambino, esso infatti era un essere innocente. Due concetti molto importanti nella pedagogia di Comenio furono quelli di pampedia, ovvero insegnare tutto a tutti e quello di pansofia, ovvero totalità del sapere, una visione enciclopedica. Lo scopo dell'educazione era quello di formare uomini saggi e buoni in grado di vivere in concordia e di superare le difficoltà della vita. La sua originalità risiede nel fatto che la sua pedagogia era prettamente pratica e gettò le basi della pedagogia moderna. Egli considerava il gioco l'attività naturale del bambino e riteneva che il movimento e l'attività fisica nell'infanzia fossero fondamentali.
Dai sei ai dodici anni, il bambino nella pedagogia di Comenio, frequentava la scuola Vernacola, ovvero la scuola in lingua volgare; negli anni dell'adolescenza si passava alla scuola latina, per poi passare all'accademia, dove si aveva accesso alla pansofia.

COMENIO E LA FONDAZIONE DELLA DIDATTICA
Nelle sue opere Comenio raggruppò anche le suggestioni di Wolfgang Ratke, un educatore vissuto prima di lui che  aveva basato il suo sistema educativo su una concezione empirista della conoscenza. Comenio riuscì dunque a coniugare l'empirismo di Ratke con la sua prospettiva religiosa.
Comenio elaborò il primo libro illustrato che si apriva con un dialogo tra maestro e allievo. L'andamento del libro era circolare, infatti si apriva e chiudeva con dio e anche la natura, rappresentata in modo organico, riportava sempre a dio.
Egli esercitò un profondo influsso in ambito protestante e la sua idea di libri scolastici illustrati fu ripresa nel XVIII secolo.

FRANCKE E IL PIETISMO


Nella seconda metà del 1600 sorse in Germania un movimento religioso: il pietismo, fondato da Philipp Jakob Spener, che recuperava il messaggio di Lutero. Suo allievo fù August Hermann Francke che elaborò la pedagogia pietistica e diede vita a scuole differenziate per ceto per genere.
La sua disciplina fù molto rigida e il momento centrale del processo che conducieva alla conversione e alla rinascita era l'espiazione. La sua pedagogia presenta un doppio carattere: un 'aspetto repressivo e uno rispettoso delle inclinazioni naturali dell'alunno.
La formazione dei maestri avveniva trammite dei percorsi pedagogici in cui i maestri imparavano come far apprendere la disciplina agli studenti.


VERSO UNA NUOVA IMMAGINE DI BAMBINO
Nello stesso ambiente pietistico si manifestò una visione meno critica dell'infanzia. Importante fù il ruolo degli Hernnhuter una comunità che fu accolta dal conte di Zinzendorf che impresse loro caratteristiche peculiari, introducendovi elementi pietistici e distaccandosi dal suo maestro.
Il conte riconosceva il principio del libero sviluppo dell'individuo credendo nelle naturale gioiosità dell'animo infantile e sostenendo la naturale innocenza del bambino.




sabato 14 marzo 2020

SOCIOLOGIA

DISUGUAGLIANZA, STRATIFICAZIONE E CONFLITTO

IL FENOMENO DEL POTERE 

La vita sociale è in una costante tensione verso l'irrigidimento in forme stabili di comportamento e di interazione; questo processo si chiama istituzionalizzazione, cioè le istituzioni e le organizzazioni della società vengono cristallizzate. 
In questo processo, chi deve subordinare le proprie decisioni e i propri comportamenti a quelli di un altro, occupa una posizione inferiore a quella dell'altro. Non si tratta di inferiorità di prestigio sociale, ma bensì di inferiorità del potere, quindi chi la occupa ha l'autorità di far fare determinate cose a chi occupa la posizione inferiore. 
All'interno di ogni organizzazione sociale vi è una distinzione più o meno rigida di ruoli e posizioni, che comporta una distribuzione differenziata del potere; ognuna di esse, è basata su una divisione dei compiti e su una precisa attribuzione di  ruoli e dunque su una distribuzione gerarchica del potere.
Il potere non è limitato alla sfera della politica e dello stato, ma, come lo definisce Max Weber, è la possibilità che un soggetto ha di far obbedire i suoi comandi da parte di altre persone. 

POTERE INFORMALE E AUTORITÀ
Max Weber individua un'altra forma di potere, che descrive come la probabilità che un certo soggetto ha di imporre la propria volontà all'interno di una relazione sociale, e di vederla attuata nonostante l'opposizione di certi soggetti. In questa definizione, non si fa riferimento ad un comando esplicito bensì in una manifestazione più generalizzata e informale del potere che consiste nella capacità di ottenere qualcosa contro la volontà altrui, senza necessariamente ricorrere a dei comandi espliciti. 
Le disuguaglianze nella distribuzione del potere hanno radice nei rapporti umani: ogni interazione tra gli uomini è aperta all'instaurazione di rapporti di potere. 
Esistono due tipi di relazioni di potere:
-relazioni di potere informali (pervadono su tutte le interazioni sociali);
-relazioni di potere istituzionalizzate (rese formali e ufficiali da un sistema di posizioni e di ruoli accettati più o meno da tutti.
La differenza principale tra potere in senso generico e autorità è il fatto che il potere dipende sempre dalla personalità individuale dei singoli ed è un rapporto di fatto (vale solo se i protagonisti dell'interazione lo fanno valere), mentre l'autorità è sempre inerente ad una certa posizione sociale, dipende dal ruolo che svolge chiunque occupi quella posizione ed è un potere legittimo (riconosciuto come valido ed accettato da tutti).

IL POTERE COME POTER-FARE
Le strutture di potere su cui si basa la società non sono soltanto strumenti di ingiustizia, ma come ha evidenziato Talcott Parsons, rappresentano anche la condizione per poter agire. Per la società infatti, esso ha una funzione "sana" poiché rappresenta uno strumento per mobilitare delle risorse in vista di un obbiettivo da raggiungere; il potere "su" si trasforma in potere "di" poter fare una determinata cosa.
Le strutture di potere istituzionalizzate, le posizioni di autorità hanno spesso una funzione positiva, non solo per chi le occupa ma anche per chi è ad esse sottoposto. Infatti se nella società non ci fosse questa istituzionalizzazione del potere, si dovrebbe ogni volta cominciare da capo con la decisione di chi deve occupare determinato posto e svolgere determinate azioni. A differenza di altri fenomeni sociali, la distribuzione diversificata del potere può assumere significati sia positivi che negativi a seconda del modo in cui il potere viene esercitato.

LA DISUGUAGLIANZA
La distribuzione differenziata del potere produce disuguaglianza tra le persone: è evidente che non c'è uguaglianza tra chi comanda e chi deve ubbidire. Tipica di ogni società è la tendenza a distribuire in modo disuguale non solo il potere ma anche le altre risorse sociali, ovvero i diversi tipi di "ricchezza" (culturali, economiche, prestigio). Si parla dunque di disuguaglianza sociale quando gli individui di una certa società non hanno uguale accesso alle risorse che essa mette loro a disposizione.
Le principali forme di diseguaglianza sono quelle di tipo economico, chi è più ricco è più fortunato, di prestigio cioè legata al grado di considerazione, di istruzione e delle risorse culturali. Al giorno d'oggi, i principali fattori di diseguaglianza sono legati alla posizione occupata da ciascuno nella vita professionale, infatti la divisione del lavoro è una delle principali cause della diseguaglianza.
Spesso però accade anche che chi si trova in una posizione svantaggiata relativamente a una delle risorse sociali occupi una posizione avvantaggiata rispetto ad altre (ricchi ma senza prestigio).
Il carattere molteplice e articolato della distribuzione delle risorse sociali si può trasformare in uno strumento attraverso cui la società rende interessanti diverse posizioni, riducendo così il malcontento e il conflitto creati dalla disuguaglianza sociale.
La nostra società non ha più una struttura piramidale, infatti non ci sono più solo pochi privilegiati che stanno al vertice e il resto della società si trova in una situazione di svantaggio, bensì il sistema delle risorse oggi è così variegato che vi sono molte possibilità di occupare una posizione di relativo vantaggio.

LE DIFFERENZE TRA GLI INDIVIDUI



E' molto importante fare attenzione alla distinzione tra differenza e diseguaglianza. Tra gli uomini infatti vi sono delle differenze naturali, indipendenti dall'esistenza o meno di una società e vi sono delle diseguaglianze che hanno un'origine prettamente sociale.
La discriminazione razziale e uno degli esempi più evidenti di come le differenze naturali possano essere rielaborate dalla società in forme di diseguaglianza sociale. L'origine di altre diseguaglianze può derivare anche da differenze di genere, che indicano i tratti sociali e culturali che qualificano il comportamento e il ruolo di una persona in termini di femminilità e mascolinità e differenze di età, fonte di diseguaglianza perchè, soprattutto nella nostra società, le gratificazioni sociali in termini di denaro sono quasi del tutto riservate ad adulti di età matura e non giovani o anziani. 

PSICOLOGIA

L'INFLUENZA SOCIALE, LA "BANALITA' DEL MALE" E IL COMPORTAMENTO MALVAGIO CONFORMISMO E CONSENSO SOCIALE NELLA TEORIA DI ...